VARIEI’M POSSIBLE | Un giorno con Ian Sagar

09/05/2019

Back in the days. Siamo a Rio de Janeiro, è il 2016. Finale terzo-quarto posto, Basket in carrozzina. E’ il giorno di Inghilterra – Turchia. Dopo il quarto posto alle Paralimpiadi di Londra 2012, la compagine inglese è chiamata ad una risposta sul campo, ad un podio che sappia di riscatto. La Turchia non molla, si va ai supplementari. Ogni volta che manca un centesimo per fare il dollaro, arriva anche il momento in cui puoi mollare, dire a stesso “massì, che importa: in fondo siamo la quarta migliore nazione al mondo“. Invece Ian Sagar, di Barnsley, vicino Sheffield, giocatore in forze alla Briantea 84 di Cantù, uomo che nell’acciaio ha lavorato e che nell’acciaio ha forgiato i propri pensieri, porta la mente a sua figlia. Alla sua gioia nel vedere il babbo in una foto condivisa con la classe, all’esclamazione: “Papà, oggi ci hanno fatto vedere le immagini delle Paralimpiadi e c’eri tu che giocavi! Sono famosa! Se porti una medaglia, però, lo sarò ancora di più…”. E allora le lacrime si mischiano al sudore – come Ian e Alessandro Camagni raccontano nel libro “Le mie vite in gioco” – e il risultato finale, vincente, finalmente arriva. E’ bronzo olimpico, è terzo posto. E’ una nazione intera che esplode.

Queste e altre storie sono state raccontate dalla viva voce del suo protagonista, Ian Sagar, a La Mole Sports Academy, sabato 4 maggio, quando il pluricampione inglese è stato ospitato nell’incontro dal titolo inequivocabile “I’m Possible“. Gioco di parole con l’unico termine sconosciuto al buon Ian: Impossible.

La locandina ufficiale dell’evento

“Quando mi dicono che una cosa io non la posso più fare perché non ho più l’uso delle gambe, beh è quello il modo migliore per motivarmi a dare il doppio di me stesso. Quando mi dici NO, per me non è SI’, è SI’ due volte!“. Benvenuti nella testa di qualcuno che con i cambiamenti ci ha avuto spesso a che fare. Uno destinato ad una vita in fabbrica, ad un destino segnato. Poi, un motorino prestato, una curva presa male, una scivolata dopo pochi metri, e il mondo all’improvviso cambia strada. Per sempre.

L’incontro a La Mole però non è stato legato al dramma ma all’esatto opposto. Ian è stato portatore di mentalità vincente, di forza di volontà, di superamento degli ostacoli. Per farla breve, si è parlato di disabilità parlando solo di abilità. Si è parlato di sconfitte parlando solo di sfide e di vittorie, di “errori fantastici e come superarli“. “Io non voglio che le persone, quando si rivolgono a me vedano solo la carrozzina. Io sono Ian, voglio che le persone parlino con me, non con lei o parlino con me perché c’è lei. Nessuno parla con le tue gambe, no?” è un assaggio di quanto discusso con Ian, nell’incontro moderato da Andrea De Beni, adaptive athlete e coaching staff di La Mole Sports Academy: “Avere qui Ian è stato un privilegio per tutti – ha dichiarato Andrea – perché ci ha permesso di valutare la nostra esperienza umana e sportiva sotto altri punti di vista, di allargare il nostro orizzonte“. Emblematico il passaggio sul tema, trito e ritrito, della comfort-zone, che ci permette di vederla sotto un’altra angolazione; dice Ian: “Ogni volta che fai qualcosa in cui non sei bravo, cresci. E cresce la tua comfort-zone. Uscire dalla propria, che è una cosa che ci dicono in molti, serve ad allargarla, per arrivare ad un punto dove in qualsiasi contesto sai muoverti tendenzialmente bene. Se non lo fai, la tua comfort-zone resterà minuscola. E puoi venirmi anche a raccontare che in quell’ambito sei il migliore del mondo ma non è facendo così che sarai una persona serena, inclusa nel mondo“.

I’m Possible è un evento creato all’interno del progetto Adaptive Academy, allo scopo di diffondere cultura dello sport. La diversità è un valore e come tale può essere il mezzo ideale per trasmettere messaggi altrimenti complessi da divulgare. La Mole Sports Academy ringrazia anche H3, progetto partner dell’evento – di cui sentirete ancora parlare – e add editore, casa editrice del libro di Sagar e Camagni.

 

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